ITALIA REALE
Trimestrale del movimento politico "Italia Reale - Stella e Corona"
PARTIGIANI: VIVA IL RE !
Italiani primi a Bologna
20-21 aprile [1945]. Notte. "Il II Reparto della Sezione Sanità lascia i calanchi di Monterenzio, risale la Valle Idice, entra per Lojano in Valle di Savena, e a Pianoro ed ancora più avanti". (Gerosa, cit. p 92)
21 aprile 1945. Mattina. "… prima che scocchi mezzodì, bersaglieri ed arditi entrano in Bologna". (Gerosa, cit. p 92)
25 aprile. Il Regio Esercito, mentre le città insorgono, prosegue la sua marcia verso il nord per inseguire il nemico, ma gli Alleati s'inventano un altro pretesto per bloccare le nostre truppe: essi considerano "insufficienti i nostri mezzi ad una rapida corsa di inseguimento del nemico … il generale Utili non si fa sorprendere dagli avvenimenti: ha ottenuto di dare il via alla nuova corsa …" (Gerosa, p 95-96)
28 aprile. Da Bologna a Brescia. "Sul fare della sera si entra in Brescia". (Gerosa, p 97)
La 'Legnano' riceve l'ordine di proseguire per Bergamo. In località Monte Casale affronta una Compagnia tedesca ivi asserragliata. Cadono cinque Arditi. Sono gli ultimi caduti.
Dopo lo scontro, la Divisione entra a Bergamo.
29 aprile 1945. Caserta. La Germania firma la capitolazione sul fronte meridionale.
2 maggio 1945. La resa è operativa.
7 maggio. Reims. Ore 14,41. La Germania firma la capitolazione generale.
Partigiani: viva il Re!
La lotta al Nord
Mentre il ricostituito Regio Esercito avanza, le forze irregolari, i cosiddetti partigiani, conducono una loro "guerra senza bandiera", come si esprime uno dei più noti di loro, Edgardo Sogno.1
Nei fatti la Bandiera si dispiega: è quella della libertà di uno Stato e di un popolo, consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, prima di tutto verso se stessi.
La lotta partigiana è informata, oltre che da esempi di eroismo e sprezzo della propria vita, anche da ombre create da contrastanti visioni politiche e di partito; contrastanti con il supremo interesse del Paese e si intrecciano anche con gli interessi dei singoli. Nei momenti peggiori, tale dicotomia condusse anche ad una lotta fratricida tra elementi delle diverse formazioni partigiane, come fu l'assassinio, il 3 ottobre 1944, del capitano Ugo Ricci, di fede monarchica dichiarata, ucciso dagli uomini della brigata partigiana comunista 'Roma', secondo quanto pubblicato dal quotidiano Il Tempo di Milano il 17 ottobre 1951 circa le premesse dell'assassinio. L'episodio è ampiamente documentato nel volume di Gabriele Pagani.2
Gli Alleati non sempre aiutarono i partigiani con armi, viveri, munizioni. Le popolazioni supplirono, pagandone il prezzo in vite umane e distruzione di beni.
10 novembre 1944 — Gli Alleati ai partigiani: "Tornate a casa!"
Lo stesso giorno il Maresciallo britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, lancia una specie di proclama nel quale, richiamati i rigori dell'inverno, invita i partigiani a:
«… cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l'inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti a causa delle difficoltà di rifornimento di viveri e di indumenti; le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo e ciò limiterà pure le possibilità dei lanci; gli alleati però faranno tutto il possibile per effettuare i rifornimenti; pertanto, i partigiani dovevano cessare le operazioni organizzate su vasta scala; conservare le munizioni e i materiali e tenersi pronti ai nuovi ordini; attendere nuove istruzioni …; stare in guardia, stare in difesa; approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti; continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiarne le intenzioni, gli spostamenti e comunicare a chi di dovere».[^22]
Si noti che il messaggio è trasmesso il giorno 13 dalla Radio Alleata "Italia combatte", captata anche da nazisti e fascisti. Nessuna brigata partigiana ne tenne conto. L'attività anti nazifascista continuava.
Gli Alleati ci sono o ci fanno? Ci fanno.
Fazzoletti rossi, fazzoletti azzurri
Le brigate partigiane sentono la necessità di distinguersi tramite un segno esteriore, facilmente riconoscibile: è il fazzoletto di foggia e colore diverso, a volte con il nome della ragazza che l'aveva cucito. Nel tempo esso conquista valenza politico-ideologica. Così ne scrive Piazza:
"L'idea comunista era quella di adottare, osserva Ernesto Brunetta, come modello della lotta partigiana quello jugoslavo, cioè «il modello di una guerra di popolo che aveva senso – assumeva anzi senso – solo se fosse riuscita a diventare lotta collettiva, politicizzata e partecipata, fosse riuscita, in altre parole, a fare quanto non era invece riuscito al Risorgimento, diventare cioè guerra di masse, nella quale fossero le masse a giocare il ruolo decisivo»." (Piazza, cit. p 34)
Continua Piazza: "Di qui una duplice scelta: il nome di Garibaldi, l'eroe simbolo delle aspirazioni di riscatto socio-economico delle masse popolari, per indicare il movimento partigiano d'ispirazione comunista; il fazzoletto rosso … Garibaldi e il colore rosso significavano, in sostanza, che il riferimento storico-ideale era il Risorgimento, il quale aveva dato all'Italia quell'identità nazionale che il fascismo, prima, e l'8 settembre 1943, dopo, avevano massacrato e che bisognava, pertanto, ricostruire, ma, questa volta, secondo una prospettiva democratico-popolare e non più liberal-moderata. Insomma si guardava al Risorgimento per farne adesso uno diverso.
Ora, anche sotto questo rispetto, cioè il riferimento al Risorgimento, la posizione della Brigata guidata da Gava appare anomala; infatti, il nome Piave dato alla formazione e l'adozione del fazzoletto azzurro hanno un significato altrettanto preciso di quello evidenziato nella simbologia garibaldina, ma opposto: per la Piave, il Risorgimento era stato fatto con le sue quattro guerre d'indipendenza e la lotta in atto era una sorta di continuazione della quarta, avendo contro lo stesso nemico, che si presentava agli italiani con la stessa faccia feroce che aveva palesato nel 1917, dopo Caporetto; pertanto, era logico e doveroso attestarsi nuovamente sulla linea del Piave. … Insomma una prospettiva, quella della Piave, chiaramente nazionale e patriottica, ancor più sottolineata dall'uso dell'azzurro, cioè del colore che, un tempo espressione di casa Savoia, era, col nuovo secolo, diventato il simbolo delle tradizioni militari italiane, ovviamente care agli ufficiali della Brigata. Assume quindi un significato non di poco conto il fatto che, prima di ogni azione di guerra, i combattenti della Piave applicassero alle camicie le stellette, già dell'Esercito italiano, per evidenziare il rifiuto dell'esercito di Salò, ponendosi così, di fatto, in una linea di continuità con l'esercito del Regno d'Italia."3
La conseguenza di tutto ciò fu che i partigiani garibaldini rivolsero a Gava l'accusa di essere 'badogliano' e alla Piave di essere una formazione «di dichiarato orientamento monarchico». (Piazza, cit. pp. 35-36)
La simbologia fu rispettata anche nelle motivazioni delle Medaglie d'Oro al Valor Militare. (cfr. Piazza, cit. p 35)
Riduciamo la questione all'osso: il fazzoletto rosso richiama le formazioni comuniste e di sinistra, in generale; quelle azzurre i Savoia e il Regio Esercito; o — comunque — un ordine tradizionalmente costituito.
Le battaglie
La lotta partigiana è un ginepraio nel quale si intrecciano il desiderio di combattere, la convivenza di migliaia di anime e storie diverse, di relazioni con le popolazioni dalle quali il partigiano o anche il nemico traggono sostentamento. Nei paesi ci sono anche feste: potrebbe non sembrare, ma la morte è sempre in agguato. Di questa sospensione di animo, crediamo che Il partigiano Jonny di Beppe Fenoglio e Partigiani Penne Nere di Enrico Martini Mauri siano gli esempi più convincenti.
Dalle opere citate riportiamo due episodi.
1. Lo studente Fenoglio
Lo studente Fenoglio, dopo l'8 settembre da Roma torna a casa ad Alba. In ottobre, all'insaputa dei suoi, raggiunge i partigiani rossi, i più vicini; è monarchico, ma: "Io sono qui per i fascisti, unicamente" dice al suo capo, il commissario Nèmega.4 (Fenoglio, p 55)
In effetti raggiungerà, nelle Langhe, il suo modello monarchico, il comandante Enrico Martini Mauri.
Dorsale di Monesiglio, settore del paese di Murazzano, primo scontro, primo morto fascista. I fascisti nella valle sotto Murazzano si annunciano con raffiche di mitragliatrice, poi si ritirano lungo la dorsale di Monesiglio (Fenoglio, cit. p 65); i partigiani li inseguono, si appostano:
"…Jonny era invecchiato … i fascisti si rivisibilizzarono … Jonny si sistemò a sparare agli scoperti, ai balzanti … [egli sparò a vuoto, comparve un giovane fascista ndr] Il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio: magro ed elastico, inebriato del suo coraggio, della sua astuzia bellica e della natura boschiva. Jonny gli sparò senza affanno, senza ferocia, ed il ragazzo cadde, lentamente, così come Jonny si aderse sui gomiti, nell'ascensionale sospensione davanti al suo primo morto … Poi piombò in una sorta di torpore". (Fenoglio, cit. p 68)
Viva il Re!
2. Giacomo Curreno di Santa Maddalena di Carrù
Martini Mauri ci consegna la figura di Giacomo Curreno di Santa Maddalena di Carrù.
22 giugno 1944. Castellino. "Sugli spalti del castello di Cigliè si è formato un capannello … sono tutti particolarmente attenti … mi avvicino … È un ragazzino [che parla], avrà sì e no quindici anni, non molto alto, con capelli nerissimi e occhi vivaci. Mi guarda con un sorriso aperto, su un volto simpatico che mi pare di avere già visto.
«Che fai tu qui?» lo interpello.
«Sono venuto a fare il partigiano.»
«Non scherziamo, questo non è posto per i bambini.»
«Ma io non sono più un bambino. So montare a cavallo, tirare di scherma, sparare al bersaglio.»
«Tutte cose che qui non servono. Torna a casa, a quest'ora i tuoi ti cercheranno, saranno in pena. Poi mi sembra che tu sia uno studentino, e devi finire la scuola, non è così?»
«Sì, è così. Ero in liceo al collegio di Moncalieri, ma sono scappato per venire qui con voi e ora non mi riammetteranno più. Nemmeno a casa posso più tornare.»
«Davvero, sei così discolo da farti mettere fuori di casa?»
«No, è perché anche mio papà è partigiano. Abitiamo a Carrù, nel castello: ero passato a salutare la nonna e la zia, sono arrivati d'improvviso tedeschi e fascisti per catturare mio padre. Non l'hanno trovato e hanno arrestato me. Mi hanno portato sulla piazza del paese ove c'erano già tanti prigionieri. Mi hanno messo contro il muro, poi ci hanno puntato i fucili e mi hanno detto: «Grida “Viva la repubblica!”».»
«E tu?»
«Ho gridato Viva il re! E quelli invece di sparare hanno abbassato le armi. Poi c'è stata un po' di confusione e io ne ho approfittato per fuggire. Ma mi ricercheranno, senza dubbio, perciò vede che mi è impossibile tornare a casa.»
«Chi è tuo padre?»
«È il colonnello Curreno di Santa Maddalena, lo conosce?» … 5
Nel breve dialogo il ragazzo chiede di combattere. Il comandante Mauri lo assegna ad una macchina per scrivere. Martini gli fa fare il dattilografo, ma al ragazzo non basta.
10 marzo 1944. Paese di Trinità, Cuneo.
"… un centinaio di tedeschi con molti carriaggi vengono a fare razzia nel paese di Trinità. Pierino e i suoi sono pronti a riceverli, in breve fanno strage, i cavalli fuggono rovesciando i carri e il carico.
«Evviva, evviva, stanno scappando tutti.»
Ma ecco giungere in rinforzo, da Fossano, uno squadrone di cavalleria tedesca. Che fare? I ragazzi non hanno mai avuto paura del fuoco, ma ora quei cavalli che si avventano su di loro al galoppo li impressionano.
«Andate» grida Gimmy «mettetevi in salvo. Resteremo noi a proteggervi.»
Restano con Gimmy, Bruno e Dario.
Dario ha il mitragliatore e ha pure una pallottola nel fianco. Ma continua a sparare, con Gimmy e Bruno, e ferma la cavalleria tedesca finché Pierino e gli altri scompaiono all'orizzonte. Sono finite le munizioni. Non importa. Gli altri sono ormai salvi. Arrivano i tedeschi e si arrestano stupefatti. Dinanzi a loro non ci sono che tre ragazzini sanguinanti e sporchi, di cui uno già morente. Anche loro hanno un barlume di ammirazione e di pietà: li portano via prigionieri." (Mauri, cit. p 212)
31 marzo 1944. Val Belbo.
"… oggi la Val Belbo è uno splendore … I miei «dragoni della guardia» … si sono ritirati in disparte …
«Ma cosa fate lì impalati? Non sentite la primavera, il desiderio di far pazzie?»
«Hanno fucilato Gimmy, comandante. Sono stati i fascisti. Lo scambio era già pattuito. È stato per rappresaglia in seguito all'uccisione di due soldati tedeschi vicino a Cuneo. Quando è uscito dal carcere era convinto che lo riconducessero a noi; era felice. Solo quando si è visto portare sul greto del Gesso e gli hanno puntato contro le armi ha capito, ma non ha pianto. Ha gridato: “Viva l'Italia”.»" (Mauri, cit. p 215-216)
31 marzo 1945. Borgo Castagnaretta (Cuneo). Gimmy Curreno, di anni 16, è fucilato. Medaglia d'Oro al Valor Militare, alla memoria.
Dalle lettere dei condannati a morte6
Giancarlo Puecher Passavalli, di anni 20, dottore in legge, fucilato dalle Brigate Nere il 21 dicembre 1943 ad Erba. Medaglia d'Oro al Valor Militare.
"Muoio per la Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto … Accetto con rassegnazione il suo volere.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l'Italia!
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia Mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent'anni della mia vita.
L'amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d'Italia, seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale." (Lettere … cit. p 267)
Americo Quaranta, di anni 23, napoletano, tenente di complemento dell'Esercito. Fa parte del 1° Gruppo Divisioni Alpine "Mauri", fucilato dai nazisti il 16 aprile 1944 a Buglio (Cairo Montenotte). Medaglia d'Oro al Valor Militare.
"Carissimi,
sono morto, credo facendo il mio dovere fino all'ultimo, avrei desiderato continuare a servire la mia Patria ed il mio Re, ma se Dio così ha voluto è segno che il mio sacrificio valeva di più della mia opera futura. Sono quindi contento di aver donato alla grande Madre il mio corpo, come donai a te Mamma fin dal primo vagito, la mia anima immacolata, acciocché Tu la custodissi così come essa da oggi custodirà in eterno i miei resti mortali. Sono fiero di aver lottato con le armi in pugno per la gloria del mio Re, come lottai sui libri per dare a Te, mio amatissimo Babbo, quelle soddisfazioni che avrebbero dovuto ricompensare le amarezze ed i sacrifici patiti per me.
Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
A te Papà l'imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede di una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà. Baci a tutti. Giancarlo.
A Te Mamma resta il mio spirito che in Te vivrà, fin che Tu vivrai; a Te Babbo ho dato la più grande soddisfazione: l'orgoglio di poter dire mio figlio è caduto per la libertà della Patria.
Il dolore che avete provato per la mia fine è stato inenarrabile. Lo so: sono stato il vostro unico figlio, l'unico scopo della vostra vita! Avete spiato i miei primi passi, mi avete guidato, mi avete sorretto; e di ciò vi ho sempre espressa la mia gratitudine sconfinata, vi ho sempre ammirati, vi ho sempre adorati. Consolate però questo dolore al pensiero che vostro figlio ha mantenuto il suo giuramento di fedeltà. Nella vita si giura una volta sola. Io giurai di essere fedele al Re e di combattere per il bene della Patria. Ciò ho fatto e ne sono fierissimo.
I miei ultimi pensieri sono stati per la Patria, per il Re e per Voi.
I miei ultimi baci sono stati per il Santo Tricolore e per Voi.
Addio. Mimmo." (Lettere … cit. p 268)
Conclusioni
1. 20 gennaio 1944. Bari. Vito Reale, sottosegretario repubblicano, dichiara: "Si dica quello che si vuole della Monarchia, ma è indiscutibile che la Marina naviga, che l'Aviazione vola e che l'Esercito, sia pure in piccola parte, e non per colpa sua, si batte in nome del Re. Io credo che ogni discussione indebolisce questi sforzi." (Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 1944; degli Espinosa, cit. p 307)
2. 5 giugno 1944. Salerno. Consiglio dei Ministri: "… L'osservazione di Sforza che il Re ha abbandonato Roma provoca un energico intervento del Ministro della Marina, Ammiraglio De Courten, il quale … ribatte affermando che è soltanto per quell'abbandono che si è potuto costituire un Governo nel Sud … se gli attuali Ministri siedono tranquillamente attorno ad un tavolo lo devono dunque in sostanza a quella fuga …" (DDI, Decima Serie, vol. I, cit. doc. 246, p 297)
Generale von Senger und Etterlin:
"Il popolo tedesco era privo di un organo sovrano paragonabile alla Monarchia italiana e capace di porre fine alla guerra.
Vittorio Emanuele III, per il fatto di aver posto tempestivamente fine alla guerra, ha reso al suo popolo un servizio altrettanto grande della resistenza ad oltranza da lui propugnata nella prima guerra dopo Caporetto." (La guerra in Europa, Ed. Longanesi, Milano, pp. 213-214)
Ernesto Ragionieri, membro del Comitato Centrale PCI e ordinario di Storia contemporanea nell'Università di Firenze:
"… La teoria di berline nere che aveva lasciato Roma aveva portato in salvo la continuità dello Stato attraverso una guerra perduta, un cambiamento di regime e un rovesciamento di alleanze: non era un risultato di poco conto!" (Storia d'Italia, vol. IV, Ed. Einaudi, Torino)
— Michele D'Elia
Note
Edgardo Sogno, Guerra senza bandiera, Ed. Mursia, Milano 1970. Il volume narra le imprese dell'Autore che fondò la formazione 'Franchi', Medaglia d'Oro al Valor Militare. ↩
Gabriele Pagani, La battaglia di Lenno, EDLIN, Milano, dicembre 1996; si segnala anche "Il Tempo" di Milano del febbraio 1951. ↩
Francesco Piazza, Portavano il fazzoletto azzurro. La brigata autonoma "Piave" nella Resistenza trevigiana, CIERRE Edizioni, Sommacampagna-Verona 2000, p 70. ↩
Beppe Fenoglio, Il partigiano Jonny, Ed. Einaudi, Torino 1968, p 55. ↩
Enrico Martini Mauri, Partigiani penne nere, Ed. A. Mondadori, Milano, maggio 1968, pp. 104-105. ↩
Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli, prefazione di Enzo Enriques Agnoletti, Ed. Einaudi, Torino 1955. ↩
