NON SOLO FOIBE

autore: 
Franco Ceccarelli

Gli eventi, drammatici, che caratterizzarono la storia delle province orientali italiane nel periodo 1943/1945, di cui finalmente si torna a parlare grazie alla istituzione della “Giornata della Memoria”, celebrata per la prima volta nel 2003, si riassumono, nell’immaginario collettivo, in un solo termine: Foibe.

E’ una parola che non solo in chi visse da involontario protagonista quel periodo storico, evoca angosce inenarrabili. Di per sé la foiba non è altro che una cavità carsica, un pozzo verticale naturale che affonda nel terreno, a volte per centinaia di metri.

Purtroppo, però, proprio per tali caratteristiche, le foibe divennero “ottimali” siti per “ricevere” i corpi di migliaia di Italiani massacrati dai partigiani slavi - in gran parte a guerra già terminata - in una delle più atroci operazioni di pulizia etnica del XX secolo. Nelle foibe finì gente di ogni estrazione sociale: sacerdoti, professionisti, donne, bambini, militari, operai, contadini, colpevoli unicamente di essere Italiani. Gli slavi volevano l’Istria ma l’Istria era italiana e quindi quale migliore modo per “slavizzarla” massacrare l’etnia che ivi abitava da secoli e secoli.

La parola d’ordine era: ammazziamone qualche migliaio, gli altri fuggiranno. E così fu: se ne andarono in 350.000, su una popolazione di 500.000 abitanti. Ciò nonostante, in Istria, Fiume e Dalmazia rimasero ancora circa 90.000 Italiani e questo la dice lunga sulla realtà etnica di quelle terre. Purtroppo le foibe - come detto nel titolo - non furono l’unico “strumento” di eliminazione usato dalle bande slave per gli Italiani: la gente, specialmente a Fiume ed a Zara, venne prelevata dalle case per essere, nella migliore delle ipotesi, fucilata ed abbandonata insepolta in luoghi sconosciuti.

Molte famiglie non ebbero nemmeno la consolazione di una tomba su cui pregare; altri vennero prelevati e gettati vivi in mare, con una pietra legata al collo.

A Fiume furono trucidati due Senatori del Regno, entrambi campioni della italianità di Fiume: Riccardo Gigante ed Icilio Bacci. Il secondo paralitico, soffocato nel letto, in cui giaceva in casa propria. Centinaia di altri morirono di stenti nel campo di concentramento jugoslavo dell’isola calva, un arido scoglio completamente privo di vegetazione sul quale la jugoslavia di Tito realizzò un campo di concentramento da far invidia a quelli nazisti.

A questi nomi se ne potrebbero aggiungere almeno altri 15.000, quanti furono i connazionali massacrati in quei due anni, ma quanto sino ad ora detto, si ritiene sia più che sufficiente a far comprendere il dramma di quelle popolazioni che il governo di questa repubblica solo dopo 60 anni dai fatti, ha ritenuto di dover finalmente ricordare.

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